LA TERZA VITTIMA

E’ noto a tutti che chi ha un figlio, un marito, una moglie, un padre o una madre in carcere, vive una difficile condizione.

Anche la famiglia, allora, subisce la stessa pena del detenuto?

La famiglia non ha commesso reati, non è reclusa, ma il luogo dove vive è simile ad una prigione, che soffoca oltremisura e rende impossibile una quieta esistenza. Anch’essa è una vittima, la terza.

Non possiamo conoscere esattamente quali siano le difficoltà, i disagi e senso di vuoto che circondano la vita dei famigliari di un detenuto, ma li possiamo immaginare come figli, coniugi, padri o madri cui, un giorno, è stata strappata una parte di sé.

La loro pena non può essere alleviata da colloqui settimanali o regolari telefonate, perché l’affetto controllato e a distanza, non basta a colmare la mancanza fisica e il vuoto lasciato in famiglia.

I disagi e le difficoltà possono variare secondo il familiare che si trova in carcere. Non si può naturalmente stabilire una graduatoria di gravità, perché ciascuna forma di sentimento è espressione, anche materialmente, di diversi bisogni e necessità.

Una cosa in comune, però esiste.

Esiste il disagio nei confronti dei vicini di casa, degli amici, dei compagni di scuola, dei colleghi di lavoro ai quali, molto spesso, ci si sente in obbligo di dare spiegazioni, di cercare giustificazioni di fronte a condanne senza repliche.

Questa condizione dipende, generalmente, da due varianti: la prima si riferisce a persone di cui si è circondati, poco disponibili ,che chiudono le porte ad ogni dialogo, ritenendo i famigliari responsabili, oppure a persone pronte ad offrire aiuto materiale e supporto morale. La seconda variante dipende invece dal luogo in cui si abita, per esempio una piccola comunità di quartiere o paese dove tutti si conoscono, oppure una grande città,dove anche l’inquilino dirimpettaio ignora chi vive accanto.

Il punto cruciale della questione,comunque, è che una persona che commette un reato ne risponde in prima persona,ma la sua condotta influisce e si rovescia sulle spalle della famiglia, la quale deve sostenere un doppio sforzo: auto confortarsi e,nello stesso tempo, dare solidarietà e appoggio al familiare detenuto. Lo sappiamo tutti che avere un sostegno in carcere è una fortuna. Ma a quale prezzo?

Ci sono famiglie alle quali, innocenti o inconsapevoli, sono tolti beni per sequestro o per giusto risarcimento, vittime di una loro parte spregiudicata. Ci sono famiglie cui, la consapevolezza di una vita sul confine tra lecito o illecito, ha roso l’anima, vittime di una morte annunciata. Ci sono famiglie il cui nome ha perso importanza, perché ormai catalogato con un numero, quello di matricola. Ci sono famiglie che fanno salti mortali per rispondere alle nostre richieste e si crucciano se non riescono a soddisfarle. Pensiamo a quel padre che rappresentava l’unica risorsa materiale della famiglia che in seguito alla detenzione è venuta meno. Pensiamo a quel figlio che rappresentava una speranza per i genitori, forse l’ultima, sognata dopo anni di sacrificio,ma bruscamente riportata alla realtà. Pensiamo a quei genitori, magari anziani, che fanno viaggi di chilometri per raggiungere un carcere lontano,soltanto per un bacio, due parole e un abbraccio. Pensiamo a quei bambini obbligati a vivere in carcere con le loro madri:nessun bambino vi dovrebbe rimanere. Pensiamo a quei figli che crescono senza una figura paterna o materna e che, nonostante i continui contatti, ne sentono la mancanza. Ma sarà tutta colpa della società? No,non sempre. La terza vittima paga per noi e,nonostante tutto, è la nostra colonna portante, la nostra ìcoperta di Linusî, la nostra voglia di ricominciare, tutto il nostro mondo e per lei, che continua ad amarci, la vita.

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